Dancalia '95 - la spedizione che ha chiuso un'epoca

Dancalia, Etiopia - Suguta Valley, Kenya

“DANCALIA la Terra del Diavolo” Il libro racconta le vicissitudini della temeraria spedizione che nel 1995 si addentrò nella Depressione Dancala, tra Etiopia ed Eritrea, seguendo le tracce degli esploratori Ludovico Nesbitt e Raimondo Franchetti (anno 1928-1929) quando fu catturata e tenuta prigioniera dai temibili guerrieri Afar.
Un viaggio fantastico vissuto tra presente e passato in uno dei luoghi più remoti della Terra. Una lettura incalzante, che non lascia tregua, che documenta un modo di viaggiare che solo pochi osano. -   UN VIAGGIO NEL VIAGGIO    -

"Dancalia the devil's earth" The book is set in 1995 and tells the vicissitudes of a caravan of camels walking into the Danakil Depression, between Ethiopia and Eritrea, on the traces of the explorers Ludovico Nesbitt and Raimondo Franchetti (years 1928-1929). The expedition was captured and held in hostage by Afar guerrillas. A fantastic journey lived between present and past in one of the remotest places of the Earth. A gripping story which gives no respite, that shows a way of travelling that only few people dare. -  A JOURNEY IN THE JOURNEY  -

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un'Africa che non esiste più

     Nel 2004, dopo nove anni, siamo ritornati in Dancalia. La ragione che mi spinse a riprogettare il ritorno in quei luoghi, era il desiderio di completare il viaggio, di chiuderlo! Forse per l’egoistica volontà di finire il gioco, di vincere!
Mancava solo il tratto dal Kock Maraha a Waideddo, l’ultimo tassello del puzzle Dancalia che avrebbe concluso la traversata della Depressione Dancala: da Badda, in Eritrea, al lago Afrera in Etiopia. Tuttavia, per mettere in atto il programma, dovevamo attendere che si verificassero i presupposti necessari, poiché il Governo Etiopico aveva precluso, dopo la nostra drammatica vicenda, ogni movimento in quell’area per la presenza di guerriglieri. Proprio quello che sostenevamo noi all’epoca, nel 1995, ma non ci venne dato credito. Prima di allora non occorreva interdire la Dancalia, sapevano che nessuno sarebbe stato così temerario da mettervi piede.
Per un motivo o per l’altro il progetto non riusciva a prendere il via, di anno in anno doveva essere rinviato. Un’attesa che, per alcuni, aveva fatto perdere la voglia di insistere, per altri, invece, la testarda volontà li ha riportati lì dopo nove anni.
      … Da Sardo, siamo arrivati al Lago Afrera percorrendo i centottanta chilometri della nuova pista, quella che avevamo visto in costruzione nel 1995, quando era appena iniziata. Un’opera ritenuta di grande importanza per lo sviluppo delle attività inerenti allo sfruttamento delle acque del lago per la loro elevata salinità. Nella parte meridionale sono state avviate imponenti operazioni di sbancamento per la formazione di bacini di evaporazione e di raccolta del sale.
Immaginavo che non avrei rivisto né ritrovato le cose come le vidi nove anni orsono, ma così, come le sto vedendo ora proprio non me lo aspettavo.
Il fascino di infinita desolazione che emanava quel luogo tanto lontano dal mondo degli uomini, i silenzi assoluti, la percezione di immutabilità, le bianche schiume salmastre addensate lungo le rive, ora devastate e sconvolte da migliaia di presenze, mi danno un senso di insofferenza, di nostalgico rimpianto per quel mondo che avevo visto, vissuto.
      La nostra spedizione 
del 1995, sulle tracce degli esploratori L. Nesbitt e R. Franchetti, segnò la fine di un’epoca, di un mondo che era rimasto tale e quale a un secolo fa. Da allora quella Dancalia non esiste più, si era aperta una nuova era: l'era del turismo.

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Titolo
In marcia verso Dallol
Titolo
I ribelli Afar che ci tenevano prigionieri
Titolo
Alcuni titoli sui quotidiani di allora
Titolo
Un po' di carne che metto a seccare per non farla imputridire
Titolo
Piana del Sale, escavazione
Titolo
Guerriero Afar
Titolo
Campo a 9 km a ovest di Dallol
Titolo
Prigionieri ad Ahmed Ela
Titolo
Pozza di Waideddo

ora la meta è Dallol

ora la meta è Dallol - tratto dal libro "Dancalia la Terra del Diavolo"
      (…) Ci troviamo sotto le pendici del vulcano Erta Ale, solo 80 chilometri ci separano da Dallol, ma per arrivarci di chilometri ne dovremmo fare 1000, dei quali circa la metà su pessime piste. Tutto ciò perché le autorità governative non ci hanno concesso l’autorizzazione a proseguire.
     Abbiamo ripercorso il tragitto fatto all’andata e, a Tendaho, per accorciare, deviamo per una stradaccia sterrata che risale l’altopiano. 150 chilometri che ci sono costati una serie di forature prima di arrivare a Weldiya, dove imbocchiamo “La strada degli Italiani” che percorriamo fino a Macallè per poi dirigersi verso Agulà. Da qui discendiamo l’altopiano per una pista di difficile percorrenza che porta a Berahale. Tranne la parte iniziale, il percorso corre dentro le strette gole di un tortuosi alvei di torrenti, tra ostruzioni ghiaiose e massi di rocce trascinate giù da impetuose acque.
      È una “felicità” quando rimaniamo bloccati a rimuovere gli ostacoli, a livellare le buche e a spingere per riprendere ad andare avanti. Immancabili le imprecazioni, ma non giustificate perché qui le macchine hanno dei buoni motivi per rompersi e, nemmeno a dirlo, eccoci subito accontentati con l’ennesimo guasto.
     Questa volta si tratta del tubo di scarico spezzatosi in un punto difficile, proprio nella congiunzione con la testata del motore. Ciò nonostante, sebbene respirassimo più gas di scarico che aria, abbiamo continuato fino ad arrivare a Berahale.
     L’indomani, Girma, con nient’altro che del filo di ferro, strisce di camera d’aria e pezzi di legno incastrati, è riuscito a sistemare quel tanto da poter andare avanti. Speriamo di non dover ingoiare troppo gas.
     Dopo aver ottenuto dal comando militare l’autorizzazione a proseguire, sotto scorta armata, ci siamo rimessi in pista per scendere giù nella Piana del Sale.
     Stiamo andando verso un luogo il cui nome non ci suona nuovo: Ahmed Ela, quel villaggio che ci vide arrivare una notte di nove anni orsono. Il ricordo di quella massacrante marcia di sette ore è ancora ben vivo.
     Le venti capanne che ricordavo, sopra l’alta sponda dell’arido torrente, ora sono diventate quasi dieci volte tanto. Ovunque si nota la presenza di militari. Con loro è arrivata anche la birra, di produzione nazionale, e le solite bibite, quelle che hanno invaso ogni angolo del globo. Vengono messe a rinfrescare dentro un buco scavato per terra e poi ricoperte con un sacco bagnato. Avendo pazienza di aspettare una decina di ore, quelle bottiglie che prima eguagliavano la temperatura ambiente di 45°C, le ritroviamo pressoché com’erano, con solo qualche grado in meno. Ci dicono che se vogliamo berle più fresche dobbiamo farlo entro le prime ore del mattino, meglio se all’alba, prima che sorga il sole.
     Il giorno dopo assistiamo a uno spettacolo inatteso. L’arrivo di interminabili file di cammelli, asini e muli che giungono dall’altopiano: sono le carovane del sale. Migliaia di animali, condotti da pochi uomini, vengono radunati dentro l’ampio greto del torrente sottostante il villaggio per essere liberati dal carico: ghirbe con l’acqua, farina, stuoie per i giacigli, foraggio per gli animali e qualche cosa da poter vendere o barattare lungo il tragitto, come qui ad Ahmed Ela.
     Rimaniamo affascinati a osservare queste scene irreali. Immagini riemerse da un remoto passato e, come in un miraggio, riflesse nel presente.
     Uomini e animali, in perfetta simbiosi, si apprestano a trascorrere la notte. Pronti a ripartire alle prime luci del giorno per andare a caricare i blocchi di sale nel lago Assa Ale (“Assa” rosso, “Ale” monte), nome preso da un imponente masso di magnesio divenuto rosso per ossidazione. Unico rilievo che si erge sopra la piatta distesa, circondato, intrappolato come una nave nella morsa della banchisa polare.
     Per far arrivare il sale sui mercati dell’altopiano, le carovane devono affrontare un massacrante tragitto di 180 chilometri, tutto in salita. Si parte da centoventi metri sotto il livello del mare, della Piana del Sale, per raggiungere le località di Macallè e Adigrat, un dislivello di 2500 metri.
     Ci troviamo nella stagione invernale, quella secca, quando la piana è completamente libera dall’acqua che nei mesi estivi allaga le parti più basse. Acqua che proviene dai torrenti che scendono dall’altopiano e che in particolari situazioni arriva anche a superare l’altezza di un metro, ma dodici ore al giorno di spietata insolazione riescono a prosciugare, con estrema rapidità, ogni residuo liquido, facendo riemergere la desolata distesa.
     Ahmed Ela “il pozzo di Ahmed” questo villaggio di capanne punto di partenza e di arrivo degli uomini che ogni giorno si addentrano nella piana. Due ore di cammino per giungere sul luogo dove avrà inizio il massacrante lavoro di escavazione del sale. Poca acqua e una misera quantità di cibo, appena sufficiente per superare una dura giornata di sette interminabili ore sotto l’impeto del sole che, al culmine, porta la temperatura a superare i 60°C.
     Con degli attrezzi primordiali, una rozza mannaia, per tagliare lungo le geometriche linee di frattura che caratterizzano la superficie di sale, e delle leve fatte di comuni pali di legno, sollevano una larga crosta dello spessore di una quindicina di centimetri. La staccano dagli strati sottostanti che vanno in profondità per oltre ottocento metri.
     Altri uomini, accucciati sotto il sole, anch’essi con niente che li ripari, lavorano senza sosta stando coi piedi dentro la fanghiglia salmastra per tutto il tempo. Sono addetti a ritagliare i blocchi di sale in diverse misure, uguali per forma e peso. Ci capita di vedere uno di questi uomini che, colto da un improvviso malore, viene adagiato tra i lastroni di sale e coperto con un brandello di stuoia per sottrarlo dai micidiali raggi del sole. Come unico rimedio, un sorso d’acqua. Abbiamo provveduto a trasportarlo ad Ahmed Ela, questo misero villaggio privo di tutto, ma sublime, se raffrontato all’inferno che gli sta intorno. Facendogli sorseggiare dell’acqua e zucchero pian piano si è ripreso dal malore causato probabilmente da un colpo di calore o per sfinimento da denutrizione. Prima di andarcene gli abbiamo lasciato dei biscotti e delle vitamine di scorta. È un vivere tremendo, una grama e disgraziata esistenza che accomuna uomini e animali. Mi chiedo quale possa essere il reato per meritarsi una simile pena. Forse l’essere nati qui è un reato?
     Percorrendo il lago Assa Ale in secca, raggiungiamo “L’isola di Dallol”. Anche se eravamo preparati su ciò che avremmo visto, non credevamo che potesse esistere quello che invece lo è davvero.
     Il primordiale paesaggio si presenta subito straordinario. La piccola altura, costituita prevalentemente da strati di sale, alternati ad argille, gessi e lave, emerge dalla superficie salata disegnando un perimetro con al centro il cratere vulcanico.
     Avvicinandoci alla base, compaiono laghetti e pozze “d’acqua” di un intenso colore blu cobalto, solcate da serpeggianti striature gialle, altrettanto intense. Lungo i bordi, strane formazioni saline, somiglianti a dei funghi giallastri, sorgono dal fondo ed escono dalla superficie, fitte e resistenti tanto da poterci camminare sopra.
     Salendo verso la sommità del vulcano, che rimane tuttavia a 48 metri sotto il livello del mare, fra irti crostoni di fanghiglie salmastre disseccate e spuntoni di lava, si incontrano piccoli rigagnoli d’acqua, se così si può definire quel liquido di un brillante verde smeraldo; scaturiscono improvvisi fra crepe e spaccature andando a riempire, una sull’altra, delle piccole conche, poi, altrettanto improvvisamente, si inabissano e spariscono nei meandri del sottosuolo.
     Arrivati in cima, ci domandiamo se siamo ancora sulla Terra, o su quale altro pianeta siamo finiti.
     Lo scenario è a dir poco catastrofico, tuttavia di una bellezza irresistibile per la varietà di forme e colori che riempiono la larga conca craterica, di poco infossata.
     Sul bordo occidentale si scorgono gli ultimi residui di quelli che furono degli alloggiamenti e, frammezzo, qualche arrugginito scheletro di veicoli e altre attrezzature che il sale ha inesorabilmente fagocitato, solo poco emerge ormai. Erano le dotazioni di una società mineraria italiana che, dal 1912 al 1929, aveva in concessione lo sfruttamento dei giacimenti di cloruro, specialmente di potassio, usato per la composizione di fertilizzanti, ma soprattutto, in quegli anni, impiegato per la fabbricazione degli esplosivi. Inizialmente i sali venivano trasportati da Dallol fino al Mar Rosso con i cammelli, in seguito fu costruita una decauville (ferrovia a scartamento ridotto) che faceva giungere il minerale, dopo un tragitto di novanta chilometri, direttamente alla banchina d’imbarco di Mersa Fatma. Da lì, caricato sui sambuchi, raggiungeva il porto di Massaua in attesa di altre destinazioni.
     In epoche successive ci sono stati altri tentativi di prelievo. Negli anni ’60 arrivarono anche gli Americani, ma tutti hanno dovuto abbandonare l’idea, sia per l’impossibile clima che per la mancanza di vie di comunicazione, ma soprattutto per non essere presi a cannonate dai guerriglieri del Fronte di Liberazione dell’Eritrea.
     Sotto un sole implacabile, con la temperatura dell’aria che sfiora i 52°C e il suolo che sprigiona un calore infernale, continuiamo ad aggirarci avvolti nell’abbagliante luce che stravolge ogni forma.
     Andiamo tra pozze e rivoli bollenti, strane soluzioni che infestano l’aria di mefitiche esalazioni. Calpestiamo croste di fanghiglie salmastre, gessi, rocce e incredibili delicate formazioni a guscio d’uovo, che si frantumano scricchiolando sotto i piedi. Concrezioni policrome, di ogni forma e grandezza, ricoprono aree di diversa colorazione, ma è il giallo, l’amaranto e il bianco che prevalgono su tutto. Tutto intorno, il solo rumore a rompere l’infinito silenzio che dilaga sulla piana, è il borbottare di innumerevoli sorgenti che schizzano vapori e fiotti d’acqua bollente.
     Prima di riprendere il cammino, per far ritorno alle macchine, ci concediamo una pausa approfittando dell’unica ombra presente su tutto l’orizzonte. Ce la concede un residuo di muro che, proprio per la sua precaria inclinazione, riesce a proiettare un minimo d’ombra dove riusciamo a ripararci, ma solo la testa. Lì sotto, a turno di due alla volta, possiamo tirare un sospiro di sollievo.
     Per ritornare, non rifaremo il percorso dell’andata, raggiungeremo la piana scendendo il promontorio sul lato ovest.
     Su questo versante Dallol si presenta in tutt’altra veste, sia per conformazione che per tonalità. Si affaccia sulla piana con un fronte alto e scosceso, un terrapieno eroso per infiltrazione e scorrimento di acque che hanno sciolto e scavato gli strati salini di cui è composto. Così si è formato un complesso frastagliato: un labirinto di muraglie, di torrioni, di pinnacoli isolati da spaccature, di canyons, di forre, dove in epoche passate si incanalavano le acque di abbondanti piogge.
     Su questo lato, i colori non sono più intensi e sgargianti come quelli dell’area sud. Qui domina il grigio e il bruno dei composti di sale, gesso e di argilla.
     Ci inoltriamo in questo intrico di forme che, man mano che ci si abbassa, va facendosi sempre più imponente e caotico. Procediamo con difficoltà, costretti a continui ripiegamenti per superare dirupi e ostruzioni che inaspettatamente si frappongono. Un infinito su e giù nel tentativo di trovare un varco, di superare i profondi canaloni sovrastati da gigantesche torri con la cima orlata di bianco: il residuo dello strato di gesso che formava la primordiale superficie.
     Alla fine troviamo un passaggio dentro un letto torrentizio. Senza più ostacoli, se non per lo strato di melma salmastra che diviene sempre più spessa e molle, ci avviciniamo allo sbocco che appare tra due mastodontici baluardi rossastri chiazzati di sale, candido come neve, che segnano la fine del labirintico promontorio e l’ingresso nella piana. In questo punto la superficie è ricoperta da un caos di lastroni di sale, un’accozzaglia di pezzi sollevati e spezzati l’uno contro l’altro per l’instabilità del suolo.
     Prima di riprendere a salire l’altopiano, per andare verso la conclusione del viaggio, non potevamo mancare di ritornare a vedere Waideddo.
     Ci siamo arrivati con non poca difficoltà per le macchine, immancabili gli insabbiamenti nell’ampio greto del torrente Saba. Ci ritroviamo in mezzo alle stesse dune, agli stessi cumuli terrosi, impennacchiati di erbe dure e taglienti che ci videro brancolare una notte di nove anni addietro, nel buio, dentro l’acqua e il fango per diciassette chilometri, prima di uscirne.
     Con l’impiego della bussola satellitare, che aveva ancora memorizzato i dati geografici registrati allora, mai cancellati perché sapevo che prima o poi gli avrei riutilizzati, arriviamo con precisione nel luogo dove eravamo stati tenuti prigionieri.
     Lungo il tragitto non abbiamo incontrato anima viva, e anche qui a Waideddo non ci sono indizi che ci facciano ricordare il luogo. Nemmeno una capanna, neanche nei paraggi. Neppure quella buca d’acqua fetida dove inzuppavamo la camicia. Tutto intorno c’è il disordine dell’abbandono. Intendiamoci, non è cambiato nulla, solo che allora c’era la presenza dell’uomo, visibile dalle tracce dei suoi camminamenti, come per la difficoltà di trovare un banale pezzo di legno per poter cucinare, perché tutto veniva raccattato e utilizzato.
     È incredibile il fatto di trovarci ancora qui, nell’intrico delle palme dum, dove eravamo finiti a quel tempo. Allora, in quelle circostanze proprio non immaginavamo che ci avremmo rimesso piede.
     All’epoca, eravamo partiti dal villaggio di Badda con lo scopo di prendere visione del territorio per gettare le basi del viaggio che avevamo in mente per l’anno seguente. Ma non dovemmo attendere un anno, si verificò solo tre giorni dopo, non per volontà nostra, ma per quella degli Afar.
     Nell’allora programma di viaggio ci proponevamo come uno degli obiettivi il contatto con gli Afar. Possiamo dire che questo lo abbiamo centrato in pieno, ma a ruoli invertiti però: loro, come protagonisti, noi, invece, come obiettivo. Ciò nonostante loro hanno contribuito, inconsapevolmente, a farci realizzare ben più di quello che avevamo progettato.
     Con loro, e a modo loro, abbiamo marciato nell’irreale scenario della Dancalia più profonda e selvaggia:  nella sconfinata Depressione Dancala, nel cuore della Piana del Sale.
     Fatalmente seguendo le tracce della storica esplorazione di Ludovico Nesbitt, abbiamo rivisto gli orizzonti, le montagne, le pozze, i profili dei vulcani che erano stati disegnati nel “quaderno grigio” il 15 giugno del 1928. “Un viaggio nel Viaggio”.

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Piana del Sale, i colori di Dallol.

Un'altra Grande Avventura: Suguta Valley - Kenya

‎Nel cuore del Grande Rift Africano

L'unico libro che documenta un'area geografica pressochè sconosciuta. Una vera e propria esplorazione nell'immenso deserto di lava arroventata dal sole che circonda il lago Turkana. Uno dei luoghi più straordinari ma anche fra i più inospitali del mondo, con un clima incredibilmente caldo e secco e una temperatura media annua di 55°C. Dove la pioggia arriva, forse, una volta ogni 10 anni. Un mondo che sta oltre i confini del vivere e appena al di qua di quelli del
sopravvivere.

In the hearth of the Great African Rift

The only book documenting an unknown area in the northwest of Kenya. A real exploration in the fiery lava desert that surrounds lake Turkana. An extraordinary place, but also one of the most inhospitable in the world, with an incredible hot and dry climate where the average temperature of the year reaches 131°F, and the rain arrive, perhaps, only once every 10 years. A world that lies beyond borders of life, made only to survive.

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Kenya - Tracciato della spedizione. Anno 1993
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--------------- Tra i Surma dell'Etiopia ------------------

ciao
il Cobra

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Antonio Biral | Risposta 09.01.2017 20.09

non capisco perché cliccando questi indirizzi non apre le pagine: https://www.facebook.com/antonio.biral
http://www.cigv.it/ilviaggio.htm

Antonio Biral | Risposta 09.01.2017 19.15

ho modificato l'indirizzo e-mail

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Commenti più recenti

09.01 | 20:09

non capisco perché cliccando questi indirizzi non apre le pagine: https://www.facebook.com/antonio.biral
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...
09.01 | 19:15

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